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“Le Glorie dei Dolphins”. Tullio De Piccoli, la mia storia: dal campetto di Limbiate a D’Antoni ed alle “70” meraviglie di Dalipacig.

Intervista al coach delle squadre Scoiattoli ed Easy Basket dei Dolphins Dolo

“Questo ragazzo della via Gluck, si divertiva a giocare con me. Ma un giorno disse, vado in città”. Parafrasiamo una strofa della famosa canzone di Adriano Celentano per raccontare la storia di un atleta che è partito da un campo di basket di periferia, trovandosi poi a giocare con dei mostri sacri quali D’Antoni, Meneghin, McAdoo, ed a partecipare ad una partita leggendaria: quella dei 70 punti di Drazen “Praja” Dalipagic.

Si tratta di Tullio De Piccoli, nato a Desio nel 1964, che nella sua carriera ha conquistato un Campionato Italiano e una Coppa Korak con Olimpia Milano (1984-1985), una Super Coppa Italiana con la Virtus Bologna (1995) e una Coppa Italia, sempre con la Virtus nel 1997.

TullTullio_De_Piccoliio De Piccoli attualmente ricopre il ruolo di allenatore con le squadre Scoiattoli ed Easy Basket dei Dolphins Dolo.

 

 

Sei nato a Desio, paese di grandi tradizioni cestistiche. Come e quando hai iniziato a giocare?
Sono nato a Desio, ma sono cresciuto nell’hinterland milanese. Ho iniziato giocando a calcio e poi, grazie ad uno amico, ho provato a giocare a basket. E’ nato tutto per caso nel patronato a Limbiate con i miei amici. Giocavo la domenica mattina all’aperto. Era circa il 1981.
Un giorno sono venuti a vedermi Cappellari, general maganer dell’Olympia Milano, e Casalini, assistente storico di Dan Peterson. Questo perchè ero il più alto di tutti e per la fisicità. Credo abbiano ragionato in prospettiva, è stata una scommessa.

Come sei approdato all’Olympia Milano?
Nel 1982 sono approdato all’Olympia Milano all’età di 18 anni. Ho fatto l’ultimo anno degli juniores e poi dall’anno successivo sono approdato “in orbita” prima squadra.
In quella squadra juniores c’erano, oltre a me, Marco Baldi, Andrea Blasi, Andrea Del Buono che sono quelli che sono poi passati al basket professionistico.

Com’era giocatore con Meneghin, D’Antoni, Mc Adoo e Premier?
Nel 1982-83, mentre io ero negli juniores, Milano perse la finale del campionato italiano contro il Banco Roma di Larry Wright e la finale della Coppa Campioni contro Cantù.
Chiamarono me in prima squadra. Feci alcuni allenamenti e John Gianelli segnalo a Dan Peterson che “il ragazzo prende le botte e tace”.
Coach Peterson mi diede la possibilità di essere integrato in prima squadra, sono stati due anni che considero un “corso accelerato”. Li ho imparato tutto. Giocare con loro è servito, è stata una esperienza fortificante e di crescita su tutti i fronti. La sei in mare aperto, o reggi gli urti o affondi.

Due parole su coach Dan Peterson?
Già entrare al Pala Lido e vedere i giocatori che sia allenavano era il massimo. Coach Peterson era molto professionale, cercavo di fare bene la mia parte e mi mettevo in ascolto. Era successo così tutto velocemente ed inaspettatamente. Ricordo ancora che mi presero come sparring partner di Meneghin, ed in allenamento ero sempre per terra. La mia forza era che ogni volta mi rialzavo.

Hai indossato poi le maglie di altre blasonate società. Reyer, Fabriano, Cantù, e Virtus Bologna. Qualche ricordo particolare?
Ho fatto un anno “di transizione” a Fabriano e poi tre anni a Venezia che sono stati fondamentali.
Dico sempre che “hanno giocato” con me Dalipagic e Radovanovic.
E’ stato lo spartiacque della mia carriera. Io ero in campo nella partita dei 70 punti di “Praja”. Io e Dalipagic abbiamo fatto 74 punti quella partita.
Ricordo molto bene anche Radovanociv era un grandissimo, un centro come se ne sono visti pochi.

Hai giocato poi nel Messaggero Roma della famiglia Ferruzzi, squadra costruita con grandi campioni per vincere, che conquistò meno di quello che ci si poteva aspettare.
Dalla Reyer furono acquistati in blocco me, Gianolla e Barbiero. Nel contempo si era liberato Premier da Milano. Alla fine successe che Gianolla e io (in controproprietà) fummo mandati a Cantù con allenatore Recalcati, mentre Barbiero e Premier andarono a Roma.
Rimasi a Cantù un anno, e poi l’anno successivo andai Roma.
Tutti, quando giocavano contro Roma, davano il mille per cento perchè volevano dimostrare di essere superiori a noi. Ci vedevano come dei privilegiati.
Sono poi passato a Livorno, nel 1991, che considero un altra tappa significativa. Li rimasi tre stagioni. Poi andai alla Virtus Bologna dove ho giocato per due anni e conclusi la carriera.

Chi è il giocatore più forte con cui hai giocato e quello contro cui hai giocatore? E il più difficile da marcare?
Tra i compagni devo fare delle distinzioni.
Dico sempre che se devo pensare alla mentalità del giocatore, anche in allenamento, dico Mike D’Antoni. Era micidiale, non mollava mai.
Tecnicamente sicuramente Dalipagic e Radovanovic.

Come avversari direi Oscar Schmidt e un altro che mi ricordo era Charles Shackleford, centro di Caserta nell’anno della scudetto 1991.

Come sei diventato allenatore e istruttore?
E’ un peccato disperdere il vissuto e l’esperienza. L’idea è di rilasciarlo, e credo che il ruolo più adeguato sia quello di allenatore e istruttore. E’ un ruolo complesso, devi rilasciare l’esperienza, il vissuto, bagaglio umano, l’aria che si respirava nello spogliatoio.

Cosa insegni ai piccoli cestisti?
Con i piccoli, c’è poca tecnica. L’obiettivo è trasmettere fiducia e fare in modo che sappiano rialzarsi subito e reagire alle difficoltà.

Ti chiedono mai del tuo passato di giocatore?
Vengono a sapere dai genitori che ho giocato ad alti livelli. Non mi chiedono tanto. Loro ti vedono come riferimento della palestra. Mi faccio chiamare coach o Tullio ma loro ogni tanto mi chiamano maestro ma io gli dico che i maestri sono a scuola.

Nel basket attuale chi è il giocatore che assomiglia di più, per caratteristiche tecniche, a Tullio De Piccoli?
Due giocatori che mi piacciono sono Mazzola (Torino) e Zerini (Avellino) che sono due giocatori che hanno due dimensioni, cioè sono capaci di uscire dall’area per tirare. Anche se loro rispetto a me, sono più atletici e hanno più fisico. La differenza tra il basket di adesso e quello di una volta è proprio la superiore velocità e fisicità.